Analisi di chi ha ruoli di primo piano
Il 12 febbraio 2026 si è tenuto un Consiglio europeo al quale hanno partecipato i leader dei Paesi membri. Lo scopo dell’incontro era la definizione di una tabella di marcia per le decisioni necessarie a rilanciare l’economia dell’Unione.
L’ex Presidente della BCE, Mario Draghi, che dopo aver presentato un rapporto sulla competitività aveva più volte sollecitato l’Europa ad agire con urgenza, ha ribadito la necessità di reagire ai tentativi di destabilizzazione dell’Europa: «Il contesto economico si è deteriorato da quando ho presentato il mio report e ciò rende necessario agire con maggiore rapidità».
Anche l’ex Presidente del Consiglio Enrico Letta ha aggiornato, alla luce dell’evoluzione delle tensioni geopolitiche nel frattempo emerse, il rapporto presentato due anni prima, precisando che: «Il mercato unico va completato entro il 2028 con un accordo interistituzionale che garantisca una corsia preferenziale per le misure chiave, quali: «l’integrazione di energia, connettività e telecomunicazioni, oltre alla creazione dell’Unione dei Risparmi e degli Investimenti».
Ursula von der Leyen, Presidente della Commissione europea, ha ritenuto indispensabile fissare dei punti fermi: «A marzo presenteremo una roadmap. Si chiamerà One Europe, One Market».
Al termine dei lavori era emersa la diffusa convinzione che la migliore risposta alle tensioni geopolitiche generate da Donald Trump fosse il rafforzamento dell’Unione europea, e che l’unificazione dei mercati finanziari fosse una priorità. Il principale ostacolo sembrava essere la proposta di una soluzione gradita a tutti gli Stati membri. Alcuni Paesi si sono pertanto attivati per elaborare proposte da discutere in un nuovo summit previsto per giugno, a condizione che i partecipanti fossero almeno nove, come richiesto dalla Presidente Ursula von der Leyen.
Un’ulteriore conferma del fatto che sistema finanziario e politica considerino prioritario convogliare il risparmio europeo verso un mercato dei capitali unificato è emersa anche nell’intervento di Enrico Letta al Salone del Risparmio 2026, tenutosi dal 5 al 7 maggio: «Si sta iniziando a capire che 27 mercati sono troppo piccoli per competere a livello globale. Adesso servono norme che ci consentano di passare a un vero mercato europeo».
Le osservazioni del Prof. Pelanda, che nel 95 aveva anticipato il declino.
Il 2 giugno 2026 Milano Finanza ha pubblicato l’articolo del professor Carlo Pelanda, intitolato: – La necessità di un welfare di investimento –. Nell’introduzione viene delineato un progetto interessante, a condizione che si inserisca in un’evoluzione normativa ampia, non limitata all’introduzione di un nuovo modello di welfare, ma estesa anche alla creazione di un contesto finanziario in grado di garantirne un’applicazione priva di abusi – «Da più di 25 anni i dati delle democrazie mostrano l’inefficacia sia del welfare redistributivo/burocratico sia di un welfare insufficiente per mantenere maggioritario il capitalismo di massa e la sua speranza collettiva, necessari per la stabilità delle democrazie» -.
La competenza e l’esperienza dell’autore emergono chiaramente dal curriculum vitae, facilmente reperibile online, così come dall’elenco dei suoi saggi pubblicati. Attualmente è docente di Politica ed Economia Internazionale presso il Dipartimento di Relazioni Internazionali della School for Public and International Affairs dell’University of Georgia, Athens, Georgia, USA.Inizio modulo
Nel corpo dell’articolo si evidenzia l’inefficacia di politiche che non hanno previsto investimenti finalizzati ad accrescere «la capacità degli individui di conquistare un valore di mercato», favorendo così la progressiva concentrazione della ricchezza e il conseguente aumento del numero di cittadini a basso reddito.
A sostegno delle proprie osservazioni, l’autore richiama le tesi formulate nel saggio pubblicato nel 1995: – «Il fantasma della povertà» (Mondadori) con Giulio Tremonti ed Edward Luttwak – nel quale veniva proposto – un «welfare di investimento» sostitutivo (gradualmente) di quelli sia redistributivo/burocratico sia minimo o assente-.
L’evoluzione delle condizioni di vita dei cittadini sembra avere confermato la previsione deducibile dal titolo: riduzione del potere d’acquisto di salari e pensioni, aumento della povertà, innalzamento dell’età pensionabile, perdita di efficienza del servizio sanitario pubblico e crescente emigrazione dei giovani alla ricerca di migliori opportunità all’estero.
Secondo il professor Pelanda, tali fenomeni avrebbero potuto essere attenuati mediante l’istituzione di un welfare di investimento, la cui attuazione sarebbe stata possibile attraverso una diffusa e adeguata cultura finanziaria. Egli conclude infatti: «In sintesi, far partecipare più persone, con adeguato potere cognitivo alla rivoluzione tecnologica in atto. Tale soluzione va classificata come liberismo sociale – Con riferimento all’Italia aggiunge: «L’Italia? È costretta a tale innovazione per evitare la decadenza».
Tutte le proposte indicate da tecnici che hanno ricoperto ruoli politici e accademici di altissimo livello internazionale, sarebbero pienamente condivisibili e auspicabili se il mercato finanziario avesse come obiettivo la crescita economica nel rispetto dei diritti di emittenti e investitori. Tuttavia, l’esperienza degli investitori retail e le modifiche normative introdotte nel nostro Paese sembrano documentare una realtà ben diversa.
Fatti che hanno allontanato il risparmio.
Ciò che ha compromesso la fiducia dei risparmiatori e li ha progressivamente allontanati dai mercati finanziari sono gli abusi subiti fin dall’epoca in cui il professor Pelanda pubblicò il suo primo saggio. È sufficiente richiamare alcuni dei casi più noti — Parmalat, Società Costruzioni Italiana (SCI) e la vicenda dei diamanti da investimento — per evidenziare l’inaffidabilità manifestata da determinati emittenti e intermediari. Si omettono, per brevità, i numerosi casi meno noti che hanno coinvolto singoli investitori o gruppi ristretti di risparmiatori, che non hanno ottenuto la visibilità dei media.
Se la politica fosse intervenuta con maggiore determinazione per contrastare chi si appropriava indebitamente del risparmio nazionale, i flussi di capitale a sostegno dell’economia reale sarebbero probabilmente aumentati. Invece, si è assistito a una progressiva riduzione delle tutele degli investitori, favorendo l’ingresso sul mercato di emittenti con finalità spesso lontane dallo sviluppo di autentici progetti industriali.
Se gli investimenti finanziari avessero dovuto coprire le necessità pensionistiche e sanitarie dei cittadini dal 95 ad oggi, il deterioramento delle condizioni economiche sarebbe stato ancora più grave di quello registrato finora. Oltre alla perdita dei risparmi, gli italiani avrebbero visto ulteriormente compromessi i bisogni di assistenza sanitaria e il futuro pensionistico. I dati statistici sulla crescita di valore dei titoli, come nella poesia di Trilussa, non considerano i meccanismi che hanno consentito a qualcuno di mangiare più polli e il numero di chi ha digiunato.
L’unificazione dei mercati rappresenta un’occasione irripetibile per il nostro Paese. La proposta del professor Pelanda potrebbe trovare ampio consenso tra i risparmiatori, a condizione che le nuove regole siano in grado di correggere le modifiche normative recentemente introdotte e gli espedienti finanziari che hanno favorito soggetti diversi dagli investitori retail.
Spunti di riflessione per recuperare la fiducia.
- Ripristinare una reale democrazia societaria, con assemblee in presenza e possibilità di voto dopo aver assistito a un effettivo confronto tra rappresentanti dell’impresa e investitori. I comportamenti ostruzionistici potrebbero essere evitati da norme apposite.
- Le norme dovrebbero essere uguali per tutti gli emittenti. Le disposizioni statutarie che prevedano deroghe dovrebbero essere sempre vietate.
- Il voto plurimo dovrebbe essere abolito. Infatti, consente di controllare le assemblee straordinarie con una quota minima del capitale sociale. Tale meccanismo permette di ottenere vantaggi sproporzionati rispetto al capitale effettivamente investito e può facilitare operazioni quali fusioni con società non quotate e molte altre.
- Dovrebbero essere introdotte norme volte a contrastare strumenti finanziari che consentano di diluire la partecipazione dei piccoli azionisti, fino alla perdita della qualifica di azionista, attraverso aumenti di capitale altamente diluitivi, privi del diritto di opzione, e supportati da prestiti azionari utilizzati per effettuare vendite allo scoperto che fanno scendere il valore dei titoli prima della conversione delle obbligazioni. Un esempio è rappresentato dai prestiti obbligazionari convertibili non standard (POC).
- Un rafforzamento della trasparenza sulle vendite allo scoperto, affinché i piccoli azionisti non subiscano danni privi di risarcimento. Nell’ultimo aumento di capitale Saipem, due fondi olandesi hanno potuto assumere posizioni corte superiori al 50% del capitale. Pur essendo stati successivamente sanzionati, nessun risarcimento è stato previsto per gli investitori danneggiati. La predisposizione di piattaforme in grado di segnalare immediatamente simili anomalie agli organi di vigilanza potrebbe prevenire tali situazioni e rafforzare la protezione degli investitori.
- Il ripristino del patto di quota lite tra legali e ricorrenti, favorirebbe la nascita e lo sviluppo di studi legali specializzati nel contenzioso finanziario. Tale strumento avrebbe una duplice funzione: da un lato, costituirebbe un efficace deterrente contro gli abusi; dall’altro, consentirebbe anche ai risparmiatori privi di adeguate risorse economiche di accedere alla tutela giudiziaria. Ciò contribuirebbe inoltre a portare alla luce la moltitudine di abusi subiti dai piccoli investitori e rimasti spesso ignorati dai mezzi di informazione.




