Il 13 febbraio, Milano Finanza con l’articolo “L’insider trading cambia così” e Il Fatto Quotidiano con “Il Senato avvia la depenalizzazione del reato di insider trading come chiesto dagli operatori di mercato” hanno approfondito una proposta del governo, già trasformata in disegno di legge e approvata dal Senato. Questa iniziativa rappresenta la continuazione di un percorso avviato lo scorso anno, durante il quale il governo ha più volte espresso l’intenzione di modificare il Testo Unico della Finanza (TUF), dimostrando ampia disponibilità ad accogliere le richieste degli operatori di mercato, senza però considerare l’impatto che tali cambiamenti avrebbero sugli investitori.
La nostra attenzione è stata catturata da un aspetto solo accennato negli articoli e privo di approfondimenti, quasi fosse ritenuto marginale. Riteniamo invece che possa avere un’importanza significativa e per questo lo evidenziamo: – In secondo luogo si studierà il progetto di un unico tribunale in Italia per gli appelli, ovvero il Tar (Tribunale amministrativo regionale n.d.r.) della Lombardia, che a quel punto farà crescere un gruppo di giudici specializzati in finanza -. La novità ci ha piacevolmente sorpresi, poiché potrebbe risolvere uno dei principali problemi che hanno spinto il risparmio nazionale verso altri mercati. Tuttavia, affinché l’eventuale approvazione definitiva della proposta abbia un impatto realmente positivo, è fondamentale che essa includa anche i contenziosi tra investitori, emittenti e intermediari, e non si limiti esclusivamente alle dispute tra Consob e gli operatori soggetti alla sua vigilanza.
L’istituzione di un tribunale con giudici specializzati in materia finanziaria potrebbe rappresentare un argine al bullismo giuridico con cui alcuni studi legali, al servizio dei poteri forti, mettono in difficoltà gli avvocati che assistono investitori con limitate competenze finanziarie. Inoltre, potrebbe ridurre il rischio che i giudici, privi di una specifica preparazione nel settore, debbano basarsi esclusivamente sulle valutazioni dei Consulenti Tecnici d’Ufficio (CTU), i quali, non di rado, potrebbero essere influenzati dalla prospettiva di incarichi ben remunerati, evitando così di esprimere pareri in contrasto con gli interessi di determinati operatori.
I metodi utilizzati per mettere in soggezione le controparti e influenzarne comportamenti e decisioni, sono ben noti e seguono schemi consolidati:
- Screditare il ricorrente, affermando con arroganza che non possieda competenze equiparabili a quelle di un intermediario o di un emittente, minando così la sua credibilità.
- Utilizzare un Consulente Tecnico di Parte (CTP) disposto a sostenere tesi insostenibili, in modo che la responsabilità di eventuali affermazioni errate ricada esclusivamente su di lui.
- Stravolgere i fatti per spostare l’attenzione dal cuore del problema a questioni marginali, negando persino l’evidenza, approfittandosi della scarsa competenza altrui.
- Creare le condizioni per un accordo vantaggioso, in cui il ricorrente ormai annichilito, si senta costretto ad accettare clausole di riservatezza e risarcimento minimo, per avere una via d’uscita nel caso in cui la strategia difensiva si rivelasse insostenibile.
La possibilità di contrastare tempestivamente certe strategie e l’operato di giudici dotati delle competenze necessarie per riconoscere e sanzionare con l’aggravante della lite temeraria chi tenta di stravolgere i fatti, costruendo una narrativa ingannevole e priva di riscontri nella realtà, potrebbero rappresentare fattori chiave per ristabilire la fiducia dei risparmiatori nel nostro mercato finanziario e indirizzare il risparmio a sostegno dello sviluppo economico nazionale.
Nel presentare la notizia, ampiamente approfondita negli articoli citati, Milano Finanza riportava: – Gli operatori, da tempo, chiedono una semplificazione della normativa sulle sanzioni. I lavori, secondo quanto risulta a questo giornale, andrebbero nella direzione di una valutazione della gravità del reato, concentrando le sanzioni soprattutto in ambito amministrativo e facendo intervenire il sistema penale solo nei casi più gravi. Per esempio su comunicazioni fornite ai mercati in ampio ritardo o su insider trading per importi cospicui -. Si può solo dedurre che la politica continui a ritenere che la principale causa dei problemi del nostro mercato finanziario sia la carenza di emittenti, anziché la scarsità di capitale investito. Quest’ultimo, quando è in competizione per ottenere i titoli più promettenti, ne aumenta il valore e contribuisce al successo di progetti strategici che, senza il supporto del capitale di rischio, non potrebbero essere realizzati.
Nello stesso articolo di MF era riportato anche il parere dell’Avvocato Lukas Plattner, da cui estraiamo un passaggio particolarmente rappresentativo del modello di pensiero che guida una parte significativa degli emittenti nella decisione di collocare i propri titoli sul mercato: – “L’articolo 19 bis approvato dal Senato, delega al governo, nell’ambito della Legge Capitali, una riforma organica delle sanzioni applicabili alle società quotate, che costituiscono un deterrente per l’accesso al mercato” – Come sempre, evitiamo di esprimere opinioni e preferiamo porre una domanda per chiarire il concetto: se le sanzioni introdotte per contrastare gli abusi sono considerate un deterrente al collocamento delle start-up, perché mai i risparmiatori dovrebbero investire in società che scelgono di quotarsi solo in cambio di una riduzione di quelle stesse sanzioni?
Nell’articolo de “Il Fatto Quotidiano” si indica Milano Finanza come fonte della notizia, e si riportano i passaggi già menzionati. Successivamente, viene aggiunta una considerazione che riteniamo utile evidenziare: – In particolare, verrebbero riviste le sanzioni per il reato di insider trading, ovvero la compravendita di titoli fatta da chi, in virtù della posizione che ricopre, è a conoscenza di informazioni riservate in anticipo sul resto del mercato e le utilizza per ottenere un profitto. Classico reato da colletti bianchi e da miliardari, insomma -. È inevitabile chiedersi perché la politica consideri prioritario assecondare le richieste degli emittenti, trattando gli investitori come una categoria di privilegiati a cui sottrarre i diritti precedentemente riconosciuti.
Siamo consapevoli che la finanza non sia un ambiente in cui l’altruismo definisce le relazioni tra emittenti, investitori e intermediari. Al contrario, domina la ricerca egoistica del proprio interesse e ogni investimento comporta un grado di rischio. Il percorso degli investimenti assomiglia più a un’arrampicata su una via ferrata che a una tranquilla passeggiata in un giardino pubblico. Fino a qualche anno fa, i risparmiatori credevano che il ruolo della politica fosse quello di garantire punti di ancoraggio sicuro a chi intraprendeva questa scalata, introducendo norme volte a contrastare gli abusi. La progressiva erosione dei diritti ha cambiato questa percezione: sempre più investitori vedono il sistema finanziario non come un percorso strutturato, ma come un’arrampicata da cui sono stati rimossi i punti di ancoraggio, e preferiscono cercare sentieri meno pericolosi.
Crediamo fermamente che un mercato finanziario debba sostenere lo sviluppo economico del territorio in cui opera. La politica ha il dovere di tutelare i diritti di tutti, prestando ascolto anche a chi si è allontanato dalle urne e dal sistema finanziario del proprio paese. Un mercato affidabile deve garantire una giusta remunerazione sia a chi fa impresa sia a chi investe risparmi. Le regole devono assicurare equità, evitando squilibri che possano generare vincitori e vinti, affinché il benessere sia distribuito in modo giusto e sostenibile.