Il 2 luglio 2025 Consob ha pubblicato un comunicato stampa per annunciare un nuovo Quaderno dal titolo – Il target market nella disciplina della product governance quale presidio di tutela dell’investitore retail – introducendolo con la seguente sintesi descrittiva: – Il cliente come obiettivo prioritario dei produttori e dei distributori di strumenti finanziari. Chi progetta e chi offre al pubblico dei risparmiatori prodotti d’investimento deve sempre avere come stella polare di riferimento l’esigenza di definire l’identikit della clientela quanto, per esempio, a profilo di rischio, orizzonte temporale, disponibilità patrimoniali, per far sì che dalla prima fase della ideazione e fino al collocamento l’offerta corrisponda effettivamente alla domanda.
Il Quaderno analizza i ruoli di produttori e distributori, individua criticità emerse dall’esperienza passata e propone spunti per migliorare la governance dei prodotti, anche alla luce delle indicazioni dell’Autorità europea degli strumenti finanziari e dei mercati (ESMA European Securities and Markets Authority).
La conclusione del comunicato è netta – La protezione degli investitori è e resta il requisito necessario per accrescere la loro partecipazione al mercato finanziario europeo. Ciò è particolarmente vero nella fase di turbolenza che caratterizza l’attuale contesto geopolitico.
Il 30 settembre 2025 la Commissione europea ha pubblicato due documenti con l’obiettivo di favorire la convergenza delle normative nazionali e avviare una vera Unione del Risparmio e degli Investimenti (SIU – Savings and Investments Union).
Nel primo documento si raccomanda agli Stati membri di agevolare l’introduzione dei Conti di Risparmio e di Investimento (SAI – Savings and Investment Accounts), migliorando i quadri normativi esistenti e integrando agevolazioni e incentivi già adottati in altri Paesi europei ed extraeuropei. L’attenzione è posta su semplicità, contenimento dei costi, ampia gamma di investimenti disponibili e pluralità di intermediari.
L’obiettivo è condivisibile: un mercato finanziario non può restare competitivo se offre agli investitori minori tutele o condizioni peggiori rispetto ai mercati concorrenti. Allo stesso tempo, però, un eccesso di agevolazioni a favore degli emittenti rischia di attrarre operatori interessati più alla flessibilità normativa che allo sviluppo di progetti solidi, allontanando invece investitori e imprese orientate alla qualità e all’incrementò di valore dei titoli.
Il secondo documento dà visibilità a una campagna per rafforzare la cultura finanziaria dei cittadini europei. I dati del sondaggio Eurobarometro del 2023 hanno evidenziato livelli di preparazione ancora insufficienti. La Commissione invita quindi gli Stati membri a dotarsi di strumenti per misurare i progressi: aumento della consapevolezza finanziaria, finanziamenti per l’alfabetizzazione, valutazione degli impatti a livello nazionale.
Tutti interventi importanti, che meritano di essere messi in relazione con le modifiche normative introdotte o proposte in Italia nel biennio 2024–2025.
I dubbi che emergono dal confronto.
Dal raffronto tra gli obiettivi europei e alcune scelte nazionali sorgono alcune domande.
Se la priorità è progettare prodotti coerenti con le esigenze degli investitori retail, perché in Italia si è progressivamente ampliata la discrezionalità degli emittenti, riducendo nel tempo alcune tutele?
Se un investitore che lavora deve analizzare attentamente lo statuto di ogni società per verificare, ad esempio, l’eventuale presenza del voto multiplo, possiamo davvero parlare di semplificazione e di incentivo alla partecipazione consapevole?
Se le assemblee possono svolgersi “a porte chiuse”, costringendo l’azionista a controllare preventivamente le regole statutarie per capire se potrà intervenire nel dibattito, è corretto affermare che si stia convergendo verso un modello più inclusivo?
Se una società con voto multiplo potrebbe controllare un’assemblea straordinaria con una quota limitata di capitale, con quale frequenza un investitore dovrebbe monitorare lo statuto per evitare di essere colto di sorpresa da operazioni potenzialmente iper-diluitive, come avvenuto in molti casi negli ultimi anni?
E ancora: possiamo parlare di “governo del prodotto” se perfino il possesso di un’azione ordinaria richiede un monitoraggio continuo di variabili che l’emittente stesso può modificare?
Infine: come si può ipotizzare un mercato unico europeo se ogni emittente può definire regole proprie, scrivendole nello statuto?
Alfabetizzazione finanziaria e qualità delle regole
L’alfabetizzazione finanziaria è un obiettivo fondamentale per sostenere l’economia reale. Ma il primo passo dovrebbe essere l’esistenza di norme chiare, comprensibili e scritte per garantire consapevolezza a chi fornisce il capitale.
Se si consente a un emittente di adottare soluzioni proprie purché previste nello statuto, si rende di fatto impossibile per il piccolo investitore — che non può dedicarsi a tempo pieno all’analisi giuridica — comprendere pienamente i rischi. In questo modo, l’impegno pubblico per la cultura finanziaria rischia di perdere efficacia.
Il paradosso è evidente: si insegna a comprendere il presente, mentre si introducono regole che possono produrre effetti negativi nel lungo periodo. Una simile asimmetria informativa finisce per minare la fiducia nel mercato.
Il nodo dei costi del risparmio gestito
Qualcuno potrebbe obiettare che chi non vuole o non può aggiornarsi può affidarsi a consulenti o fondi di investimento. Farebbe così emergere un ulteriore problema che angustia il nostro mercato finanziario. Lo lasciamo esporre da un articolo pubblicato da Milano Finanza il 27 settembre 2025 con titolo: – Fondi ancora troppo cari – risparmio gestito – La concorrenza degli Etf passivi e attivi sta mettendo sotto pressione le commissioni. Così in tutta Europa negli ultimi 10 anni le spese sono diminuite. Però l’Italia rimane il Paese più costoso: pesano anche gli incentivi legati alle performance. –
Nel corpo si espone anche un confronto numerico: – Un recente studio di Morningstar rileva che l’Italia è il mercato in cui i fondi attivi sono i più cari d’Europa nonostante la guerra sulle commissioni innescata da prodotti passivi low cost come gli Etf. La prima edizione dello European Fund Fee Study calcola che i prodotti con domicilio in Italia presentano spese correnti dell’1,42%, il dato più alto di tutti quelli esaminati (Spagna, Francia, Germania, Lussemburgo, Svizzera, Regno Unito). La tendenza è in ribasso rispetto a dieci anni fa (1,48%), ma il calo non è stato della stessa portata rispetto alla media europea (da 1,40% a 1,17%).
Anche questo elemento incide sulla fiducia e sulla partecipazione dei risparmiatori
Se vogliamo una svolta — una vera “rivoluzione copernicana” — occorre rimettere al centro del sistema finanziario il risparmio, non gli emittenti o gli intermediari.
La responsabilità è collettiva.
Della politica, che dovrebbe favorire un dialogo equilibrato e sostenere la creazione di organismi realmente rappresentativi dei piccoli investitori, senza limitarsi all’ascolto di emittenti e intermediari.
Degli emittenti, che dovrebbero competere sulla qualità dei progetti e non sulla flessibilità delle regole a proprio vantaggio.
Degli intermediari, alcuni dei quali hanno approfittato in passato della scarsa cultura finanziaria, come dimostrano vicende note (ad esempio i casi legati alla SCI e ai diamanti da investimento).
Degli stessi piccoli investitori, che spesso restano frammentati e privi di rappresentanza, rinunciando a esercitare un peso collettivo nel dibattito pubblico.
Rafforzare la cultura finanziaria è essenziale. Ma senza regole omogenee, chiare, trasparenti e orientate alla tutela del risparmio, ogni sforzo educativo rischia di restare incompleto e paradossale se si consente agli emittenti di evitare il confronto diretto con chi mette il capitale a disposizione e di cancellare la proporzionalità




