Riportiamo integralmente l’articolo di Alfonso Scarano, un noto analista indipendente impegnato da anni nell’analisi delle cause che hanno determinato la crescente diffidenza dei risparmiatori nei confronti dei mercati finanziari.
Il risparmio europeo alla conquista della finanza, si fa per dire! Di A. Scarano
Una volta gli italiani mettevano i soldi sotto il materasso. Poi arrivarono le banche e li convinsero che il materasso non rendeva. Oggi arriva l’Europa e spiega che nemmeno il conto corrente va più bene. Bisogna investire! Bellezza e non devi fiatare! Non è un consiglio, è un progetto politico. Si chiama – Savings and Investment Union SIU -, come il fischio di un proiettile vicino alla testa, che nella sua elegante formula anglosassone, nasconde una delle più grandi operazioni di ingegneria finanziaria del nostro tempo: – trasformare il risparmio dei cittadini europei in carburante per i mercati dei capitali -. Ti pare poco?
La storia è semplice. L’Europa risparmia molto ma investe poco in casa un po’ di più negli USA, ma ogni anno le famiglie accumulano centinaia di miliardi che restano parcheggiati nei depositi bancari. I tecnocrati di Bruxelles lo chiamano – capitale inattivo -, anche la VDL (Ursula von der Leyen n.d.r.), non eletta ma imperatrice a Bruxelles, lo chiama così. In altre parole i soldi non lavorano abbastanza per la crescita. Ma tu pensa che sbadati questi risparmiatori. La soluzione proposta è altrettanto semplice: convogliare quel risparmio verso azioni, fondi, strumenti di mercato. Meno liquidità, più finanza. Con buona pare delle sanguinose rovine dei risparmiatori lanciati sui campi minati dei mercati finanziari.
Questa narrativa parziale che stravede le opportunità ma forse strabica sui rischi, viene ribadita con grande compostezza nel prossimo – EFFAS Capital Markets Forum -, dedicato proprio agli ultimi sviluppi della SIU (vedi: https://aiaf.it/eventi/effas-capital-markets-forum-2026/) Un programma stringato ma istruttivo: un banchiere apre i lavori, un economista bancario spiega il quadro macroeconomico, un ex presidente del Consiglio – oggi vestito da esperto europeo – pronuncia la keynote (discorso principale n.d.r.), e poi tutti insieme, finanza e regolatori, discutono su come rafforzare il progetto SIU. Non se farlo, ma come farlo meglio.
Il punto è proprio questo: la discussione è già chiusa prima di cominciare.
Nel panel siedono i rappresentanti naturali della nuova alleanza finanziaria: banche, assicurazioni, industria del risparmio gestito e autorità di vigilanza. Tutti soggetti rispettabilissimi. Tutti anche potenziali beneficiari del grande trasferimento di ricchezza che la SIU implicitamente prefigura: il passaggio di una quota crescente del risparmio privato dai depositi alle gestioni finanziarie. e parafrasando Antonio nel Giulio Cesare: “Io non parlo per smentire ciò che i Bruti hanno detto”
L’argomento è infatti seducente e fors’anche goloso. L’Europa, si dice, deve recuperare il ritardo rispetto agli Stati Uniti. Le imprese europee hanno meno accesso al capitale di rischio. Le start-up volano a New York invece che a Milano o Parigi. E soprattutto servono investimenti giganteschi per la transizione energetica, la tecnologia, la difesa. Dove trovare i soldi? Nei portafogli dei cittadini, Bellezza, e non ci puoi far niente, come ricorda un bel film.
Il ragionamento comunque non è sbagliato, ma è certamente incompleto.
Perché nel dibattito sulla SIU manca (quasi sempre) la domanda più semplice: – chi si assume il rischio? – Il risparmio europeo non è una risorsa astratta, è il frutto di lavoro, pensioni, eredità. Spostarlo dalla sicurezza dei depositi bancari ai mercati significa esporlo a oscillazioni, crisi finanziarie, errori di allocazione. In una parola: volatilità.
E poi non è che dorme troppo nei forzieri delle banche, che girano proprio facendo girare con il credito che erogano, proprio questi depositi.
Non è detto che sia un male anche perché le banche esistono proprio per trasformare il risparmio in credito, che è il modello previsto dalla Costituzione italiana. Ma quando questo trasferimento verso i mercati finanziari diventa un obiettivo politico sistematico – quasi una missione continentale – conviene fermarsi un momento, ricordando anche poche parole di Federico Caffè: -“Da tempo sono convinto che la sovrastruttura finanziario-borsistica con le caratteristiche che presenta nei paesi capitalisticamente avanzati favorisca non già il vigore competitivo ma un gioco spregiudicato di tipo predatorio, che opera sistematicamente a danno di categorie innumerevoli e sprovvedute di risparmiatori in un quadro istituzionale che di fatto consente e legittima la ricorrente decurtazione o il pratico spossessamento dei loro peculi.” –
La SIU promette di rafforzare l’economia europea. Può anche darsi che ci riesca. Ma nel frattempo costruisce un nuovo equilibrio: meno banca tradizionale, più industria finanziaria; meno risparmio prudente, più capitale di mercato. E quando la finanza cresce, raramente lo fa per altruismo.
Il vero interrogativo, che nei convegni eleganti si preferisce non sollevare, è dunque questo: – la SIU servirà davvero a finanziare l’economia europea o finirà soprattutto per alimentare la grande e costosa macchina della gestione del risparmio? –
La risposta non si trova nei programmi dei forum né nelle keynote dei dignitari europei. Si troverà, come sempre, nei bilanci. E soprattutto nei conti (anche evaporati) dei risparmiatori.
Le nostre considerazioni.
Sull’analisi proposta dal dottor Scarano non vi sono osservazioni da muovere: essa rappresenta con precisione la fotografia del punto a cui è giunta la finanza dopo che, dal contesto in cui maturano le decisioni, sono stati progressivamente esclusi i soggetti che immettono il capitale nel sistema, mentre si è dato ascolto soprattutto alle istanze di chi dal sistema finanziario trae profitto: emittenti e intermediari. Il tutto senza prestare sufficiente attenzione ai numerosi casi di risparmio tradito che hanno alimentato proprio quella diffidenza alla quale oggi si vorrebbe porre rimedio.
Nel nostro Paese si è consentito agli emittenti di escludere gli azionisti dal dibattito assembleare e di ridurre il peso del loro voto, purché ciò sia previsto dallo statuto. Se il diritto di voto multiplo è stato esteso da due a dieci voti, è lecito domandarsi quali ulteriori prerogative potranno essere inserite negli statuti societari, documenti che difficilmente un investitore retail riuscirà a esaminare con attenzione, considerando che per accumulare risparmi è prima necessario lavorare.
Eppure, per cambiare davvero il sistema e conseguire gli obiettivi dichiarati, basterebbe spostare l’attenzione dalle agevolazioni per gli emittenti alla costruzione di un benessere collettivo. Stabilito un nuovo punto d’arrivo, occorrerebbe tracciare una nuova rotta e coinvolgere un equipaggio capace di affrontare le difficoltà che inevitabilmente si presenteranno lungo il percorso.
Se si continua a dire che la destinazione è diversa, gli strumenti con cui conseguire lo scopo resteranno inadeguati e il naufragio sarà più probabile.
Il metodo per raggiungere l’obiettivo sarebbe, in realtà, molto semplice, se la finalità fosse davvero quella di convogliare flussi di capitale verso le imprese per sostenere la crescita economica: contrastare con decisione chi intende approfittarsi dei risparmi, favorire il riconoscimento e la valorizzazione della categoria degli investitori retail, promuovere un dialogo trasparente tra emittenti e risparmiatori e introdurre regole chiare, semplici e uguali per tutti gli emittenti, capaci di garantire i diritti di tutti senza favoritismi per chi persegue finalità diverse dall’affermazione di un progetto imprenditoriale.




