Inghilterra e Italia stanno affrontando lo stesso problema: una crescita economica inferiore alla media globale. Nel tentativo di recuperare la competitività necessaria a sostenere lo sviluppo economico, entrambe hanno dovuto assumere decisioni di politica economica e hanno ritenuto opportuno introdurre modifiche nel mercato dei capitali. Gli interventi sono stati deliberati con l’intenzione di favorire il flusso di capitale a beneficio delle imprese. A indurci ad entrare nel merito è stato il confronto tra le modifiche deliberate, perché, a fronte di problemi e dichiarazioni d’intenti sovrapponibili, esse non hanno nulla in comune e prevedono interventi in aree totalmente differenti.
Il 26 agosto 2025 Borsa Italiana scriveva: – La Borsa di Londra lancerà un mercato per azioni private entro fine anno –. Nel corpo dell’articolo si leggeva: – La Financial Conduct Authority (FCA), la corrispondente britannica della Consob, ha autorizzato il London Stock Exchange a gestire la piattaforma Pisces, un nuovo tipo di mercato azionario privato. La piattaforma riunirà acquirenti e venditori di azioni di società non quotate per negoziare su base intermittente. –
Le precisazioni che seguono sono particolarmente interessanti: – Pisces (acronimo di Private Intermittent Securities and Capital Exchange System – Sistema privato di titoli e scambio di capitali intermittenti) è il primo mercato azionario privato regolamentato al mondo, in quello che le autorità britanniche chiamano “un ottimo esempio di collaborazione tra industria, governo e autorità di regolamentazione per progredire e accelerare verso una riforma innovativa“. –
Le intenzioni alla base di questa soluzione innovativa sono ulteriormente chiarite: – “Non vediamo l’ora di assistere alla prima di numerose transazioni, che daranno vita a un mercato competitivo che offrirà agli investitori un maggiore accesso a società in crescita interessanti”, ha detto Simon Walls, direttore esecutivo dei mercati della FCA. –
Il 2 ottobre 2025 Milano Finanza annunciava l’avvio del nuovo mercato privato a Londra con l’articolo: – Alla Borsa di Londra un nuovo mercato per investimenti retail in aziende private –, nel quale veniva evidenziato un ulteriore problema che spingeva alla ricerca di soluzioni innovative. Anche in questo caso si trattava di una criticità comune ad entrambi i Paesi: – Il mercato delle Ipo nel Regno Unito arranca e molte aziende locali cercano altrove i capitali necessari per la crescita. Il volume delle quotazioni a Londra, secondo dati Bloomberg, è crollato a 248 milioni di dollari nel 2025, il minimo degli ultimi 35 anni, e la Borsa ha raggiunto un altro traguardo indesiderato, uscendo dalla classifica dei primi 20 mercati per Ipo al mondo, superata da Messico e Singapore –, cui seguiva la spiegazione delle ragioni per cui la soluzione proposta fosse ritenuta efficace: – “Il mercato degli strumenti privati è un’iniziativa autenticamente innovativa”, ha commentato Matt Cooper, co-ceo di Crowdcube. “Unisce i mercati pubblici e privati in modo più olistico di qualsiasi altra cosa abbiamo visto in Europa o negli Stati Uniti”. –
Abbiamo sottolineato l’aggettivo “olistico” perché lo riteniamo la sintesi più efficace per indicare come dovrebbero evolvere i mercati finanziari al fine di recuperare la fiducia dei risparmiatori. Questi ultimi, conferendo capitale agli investitori istituzionali o direttamente alle imprese, rappresentano infatti la linfa indispensabile allo sviluppo economico. Riprenderemo l’argomento dopo aver descritto le soluzioni adottate nel nostro Paese e, per evitare nostre ripetizioni, lo faremo riportando le osservazioni espresse da Fin-Gov, Centro ricerche finanziarie sulla corporate governance dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, citate anche nell’articolo pubblicato da Milano Finanza: – Il paradosso della riforma del Tuf: agevola i delisting e non le ipo –, pubblicato il 18 novembre 2025.
Il 4 dicembre il docente Massimo Belcredi pubblicava un articolo su Milano Finanza. Titolo: – La controriforma del Tuf, un sistema che non attira gli investitori esteri -. L’analisi era preceduta da un’introduzione, dalla quale estraiamo un passaggio: – È l’ultima occasione per riflettere prima dell’approvazione di una riforma che poggia su basi non solide. Ne sintetizzo i tratti fondamentali, rinviando i lettori interessati al mio scritto pubblicato sul sito di Fin-Gov. –
I due cardini su cui dovrebbe poggiare la riforma sono: i) l’aumento dei margini di libertà del socio di controllo per attrarre nuove società sul mercato; ii) il forte potenziamento dell’autonomia statutaria, che consente alle società di costruirsi un diritto à la carte -.
Premesso che il documento merita una lettura integrale, riportiamo i passaggi che consentono di cogliere con chiarezza gli effetti descritti dal Docente: – i) Il rischio è che la sostanza delle modifiche statutarie venga approvata solo in un secondo momento, esponendo gli azionisti di minoranza a notevoli rischi. Il sistema genera rischi analoghi anche nelle neo-quotate vere e proprie – ii) senza entrare nei dettagli, dopo il costante incremento dei consiglieri di minoranza negli ultimi 20 anni, domani 69 PMI (37,5% del listino; valgono il 2,7% della capitalizzazione totale) potrebbero esercitare l’opzione loro concessa e costruirsi una legge elettorale ad hoc; si noti che 33 tra esse hanno già (52) consiglieri di minoranza, che rischierebbero di decadere in caso di opt-in -.
Alle criticità generate dalle proposte di modifica del TUF, l’analisi aggiunge quelle derivanti dalla modifica del voto maggiorato, elevato da 2 a 10 voti per azione posseduta per un determinato periodo e attivato con l’approvazione della legge Capitali, sulla quale ci siamo già espressi in articoli precedenti. Riportiamo un passaggio tratto dall’articolo: – Dove previsto, il voto maggiorato ha permesso ai soci di controllo di passare dal dominio dell’assemblea ordinaria a quello della straordinaria. In parole semplici: consente agli emittenti che lo hanno adottato di approvare le operazioni che vogliono, anche se contrarie agli interessi degli altri azionisti.
Cerchiamo ora di individuare una spiegazione logica del perché due nazioni afflitte da problemi identici abbiano adottato soluzioni così diverse.
Inghilterra – si è preso atto che gli investitori si stanno progressivamente allontanando da una finanza sempre più impregnata di strumenti speculativi: derivati, vendite allo scoperto, trading online, prestiti convertibili riservati a un solo investitore, collocamenti riservati a investitori istituzionali e opzioni di vario genere. Strumenti evolutisi con l’avvento di Internet, ma che nulla hanno a che vedere con una finanza intesa come un unicum (olistica) non come una somma di interessi divergenti. Infatti essi presentano la caratteristica di aumentare la volatilità e di distorcere i fondamentali, consentendo ai più scaltri di appropriarsi del capitale investito dai risparmiatori. Da qui la decisione di riportare la finanza alle origini, mettendo in contatto diretto investitori e imprese per convogliare capitale verso l’economia reale, lasciando i profitti a disposizione degli imprenditori e del risparmio nazionale, limitando costi e conflitto d’interessi dell’intermediazione, la quale agisce con l’unico obiettivo di massimizzare il proprio profitto.
Italia – si continua invece a ritenere che i risparmiatori non si siano accorti della progressiva erosione dei loro diritti negli ultimi quindici anni, perseguendo la priorità di attrarre emittenti offrendo loro ogni possibile agevolazione. Evidentemente gli investitori sono trattati come se fossero ingenui e incapaci di comprendere, nonostante i fatti dimostrino l’esatto contrario: incremento degli investimenti nazionali su altri mercati, aumento dei delisting e riduzione delle società quotate.
Per correttezza e per piena sintonia con i contenuti esposti, riportiamo infine il capoverso conclusivo dell’articolo scritto dal Professor Massimo Belcredi: – La legge Draghi aveva scommesso su un regime che, offrendo garanzie di comportamenti fair, favorisse l’investimento in capitale di rischio e lo sviluppo del mercato. La riforma in discussione ha fatto una chiara, diversa scelta di campo. Ma come possa incentivare nuove quotazioni (semmai i delisting) o rendere il mercato italiano attraente per gli investitori esteri resta un mistero. –




